Disabili: “Media, niente stereotipi per favore”

  • Articolo pubblicato il 14 Dicembre 2016

Sulla rivista Superabile Inail dieci professionisti dell’informazione con disabilità parlano degli stereotipi con cui i media trattano il mondo dei disabili.

L'inchiesta di Superabile sugli stereotipi riguardanti i disabili sui mediaAmmirazione macchiata di pietismo, lacrime superflue, approssimazione e disinformazione. È un quadro che lascia trasparire la superficialità, e anche l’ipocrisia, facilmente riconoscibile nel mondo della comunicazione italiano. Non a caso, l’appello che dieci professionisti dell’informazione fanno dalle pagine di Superabile di dicembre è “Niente stereotipi per favore”.

Il periodico dell’Inail ha chiesto a giornalisti e comunicatori con disabilità cosa ne pensino del modo in cui i mezzi di comunicazione italiani trattino il tema della disabilità, quali stereotipi li colpiscano in modo particolare. Riportiamo alcuni dei loro contributi.

La giornalista Fiamma Satta vede nei media, in particolare la televisione, una delle due facce del rapporto incivile che l’Italia intrattiene con le persone disabili: compassionevole nella sfera pubblica, sui media ad esempio, e prevaricatore nella vita di tutti i giorni. Ma c’è anche un altro aspetto che sta crescendo, all’ombra delle imprese di Zanardi e Bebe Vio: un’ammirazione che può risultare pericolosa. Il rischio, seconda la giornalista e sceneggiatrice, è quello di pensare che i disabili possano superare ogni ostacolo senza l’impegno comune del resto della società.

Manuela Friglia, fotografa per la moda e la pubblicità, riprende proprio il registro dell'”ammirazione” abusato dai media e critica la tendenza a voler vedere nei disabili dei “supereroi”, casi eccezionali di personaggi che superano traumi insormontabili, e non delle semplici persone che potrebbero ricoprire qualsiasi incarico e svolgere qualsiasi lavoro.

“Non siamo né angeli né eroi” è quello che dice anche Valentina Tomirotti, blogger mantovana. “I nostri media nazionali tendono a etichettare la disabilità dandogli un connotato puramente sanitario o di compassione, raccontando e osannando la vita degli eroi”.

Corrado Fontana, collaboratore per Corriere.it, consiglia di trattare il tema con “ironia intelligente e leggerezza, quando utile, e un approccio pragmatico sia alle difficoltà che alle soluzioni disponibili, stando lontani dall’invadenza emozionale”. Infatti, secondo lui questi registri si perderebbero “tra infotainment debordante e caccia ossessiva all’audience”.

Il fotografo Alessandro Capoccetti apprezza il cambio di direzione che ha iniziato ad avvertire a partire dalle Paralimpiadi di Londra. La disabilità non è più nascosta, mimetizzata, ma viene messa in mostra senza timori. Ma, soprattutto, si è iniziato a dare il giusto valore a persone che incarnano un modello fisico differente. Questo trend positivo è stato seguito non solo dall’informazione ma anche dall’intrattenimento televisivo, nel caso della partecipazione di atleti disabili come Giusy Versace ad un programma come Ballando sotto le stelle. L’ammonimento di Capoccetti, però, è “denunciare va bene, ma fare la lagna mai”.